Tre metri sopra le righe
di Laura Losi
Tom Leppard ha il 99,9% della superficie corporea coperta di tatuaggi.
Elaine Davidson ha 1.903 piercing.
Cindy Jackson in 12 anni si è sottoposta a 38 interventi di chirurgia estetica.

Trasformare per sempre il nostro corpo ormai è alla portata di tutti. Se ci guardiamo in giro, è difficile vedere ormai persone under 30 prive di tatuaggi o piercing. Si può dire la stessa cosa della chirurgia estetica nell’ambiente della moda e dello spettacolo.
Body art è il termine che indica ogni forma di personalizzazione, ornamento, abbellimento del proprio corpo. Questo tipo di operazioni non sono certo prerogativa dei nostri giorni e delle nostre terre. Praticate in origine con la doppia finalità di rito iniziatico volto a dimostrare di forza e di coraggio e certificazione di appartenenza a un gruppo, a un ruolo, a una tribù, sono giunte attraverso i secoli fino a diventare un fenomeno di massa del nostro tempo. Da dove sono partite?
Fin da epoche remotissime i popoli indigeni si procuravano tatuaggi per identificare la propria appartenenza a una tribù o una determinata carica nell’ordine sociale. Il tatuaggio venne inoltre utilizzato come amuleto contro i malefici o per favorire la fecondità , come semplice abbellimento, persino come primitiva forma di mimetismo per difendersi dagli animali feroci.
L’attuale tribale sulla caviglia o il cupido sulla spalla sono giunti ai giorni nostri e nella civiltà occidentale attraverso i tatuaggi giapponesi che appassionarono i viaggiatori europei e gli indigeni tatuati utilizzati come fenomeno da baraccone nei circhi a cavallo tra ’800 e ’900. E’ negli Stati Uniti che alla fine del 1800 nasce la professione di tatuatore. Rimasto per un altro paio di secoli un fenomeno di nicchia, soltanto vent’anni fa un tatuaggio era comunque simbolo di una personalità quantomeno alternativa. Oggi appare svuotato di ogni valenza trasgressiva e di ogni connotazione di appartenenza a un gruppo o un ambiente; ci si chiede come si senta chi a suo tempo ne ha fatto una bandiera. E che ne sarà di coloro che, con la vecchiaia, si ritroveranno con un paio di orecchie da cocker al posto di un seno sensualmente tatuato.
Il branding invece (tipi di scarificazione ottenuto bruciando la pelle per mezzo di barrette di metallo incandescenti) era utilizzato presso gli antichi Egizi e Romani per marchiare e rendere riconoscibili animali e schiavi, e in seguito venne utilizzata anche per criminali ed eretici. Nel XX secolo è stata ripresa negli Stati Uniti da membri di confraternite universitarie per rendere pubblica tale appartenenza, costituendo al tempo stesso una prova di virilità e valore.
Il piercing affonda le sue radici nelle tribù dell’Africa e dell’Amazzonia. Se ormai il vero trasgressivo è chi sfoggia solo un buco per ogni orecchio, e non esiste più una parte del corpo nella quale è originale sfoggiare un piercing, in origine questa pratica era nata come segno distintivo per pochi eletti: nell’antico Egitto era permessa soltanto ai membri della famiglia reale, anche come segno distintivo dalla gente comune.
Si possono invece forse trovare antenati della moderna chirurgia plastica in pratiche estreme quali l’allungamento del collo, l’allungamento dei lobi delle orecchie, il restringimento del punto vita o dei piedi, la limatura dei denti. In senso più stretto, in Egitto già nel 1600 a.c. veniva praticato uno speciale peeling per eliminare le rughe, mentre in India venne messo a punto un metodo per la ricostruzione della piramide nasale, la cui amputazione era la pena riservata alle adultere. Anche presso i Greci venivano praticati interventi di questo tipo. In generale, la chirurgia plastica venne portata avanti nelle civiltà antiche come rimedio a ferite, mutilazioni, malformazioni. Oggi è invece lo strumento per camuffare la propria età o correggere i propri difetti – reali o imposti dagli attuali canoni di bellezza.
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