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Se
la moda per essere vincente deve cogliere con estremo anticipo ogni
sintomo di cambiamento sociale e farsene portavoce, sembra assurdo che
quando subentri la questione taglie forti si opponga ad uno dei suoi
stessi principi, ostinandosi di considerarlo alla stregua di un
qualsiasi altro cambiamento sociale, sottraendosi così dalla possibilità
di adottare le giuste e adeguate politiche di produzione, distribuzione
e promozione.
Inoltre
se la moda al di là della sua dimensione estetica, resta pur sempre un
fenomeno economico che deve necessariamente far leva sul venduto per
sopravvivere, sembra oltremodo contraddittorio che, dinanzi a dati
statistici che parlano di continua crescita, nel nostro Paese, di
persone in sovrappeso e soprattutto dell’aumento della taglia media (si è passati dalla 42 alla 46) continui a preferire una produzione per
taglie inferiori e a proporre modelli femminili di bellezza androgina,
silfidi, che difficilmente incontreremmo per strada, in ufficio o al
supermercato e che mal si associano alla realtà.
Bisogna
però puntualizzare che la moda si occupa di taglie forti, perché se ciò
non fosse, sarebbe impossibile per questo target vestirsi, ma lo fa in
modo contraddittorio, in quanto ricava introiti dalle vendite di
collezioni prodotte da piccole aziende a gestione familiare, che
realizzano campionari spesso modesti e che non rispondono alle esigenze
del consumatore, inoltre non essendo molto note e non avendo budget
sufficienti non riescono a pubblicizzare né se stesse né il proprio
prodotto, fatta eccezione per la pubblicità sul web, che sembra rimasta
l’unica forma di comunicazione pubblicitaria per taglie forti, volta a
sedurre esclusivamente questo target, lasciando “indisturbate” le
restanti fasce di mercato.
Di
contro le grandi griffe, le uniche che per fama acquisita potrebbero
diffondere nuovi imput, tendenze,gusti, se ne escludono, probabilmente
perché ritengono che produrre linee per taglie forti possa danneggiare
la loro immagine fashion, data l’erronea considerazione che questo
genere di abbigliamento sia poco interessante, seducente a causa di un
corpo sbagliato, o perché, dietro motivazioni di copertura come questa
se ne celano altre più profonde (spesso i grandi nomi della
moda
italiana, riuscendo ad ottenere ottimi fatturati dalla vendita di taglie
inferiori, non investono in tecnologie, conoscenze per ampliare
l’impianto gestionale aziendale, necessari alla produzione di
abbigliamento “di peso”, temendo di non recuperare le spese dalle
vendite, considerando che questo genere di prodotto verrebbe a costare
di più, dati non solo i tempi maggiori di lavorazione, ma soprattutto
l’impiego di materie prime... pensiamo alle quantità di tessuti,
moltiplicati!).
A
dimostrazione di tutto questo ho potuto riscontrare attraverso un
confronto tra il sistema moda italiano e americano, che quest’ultimo,
supportato da una diffusione dell’informazione sulle taglie forti
capillare, ha permesso un grado maggiore di metabolizzazione e
accettazione del fenomeno, favorendo da parte di tutti i sistemi che si
iscrivono all’interno della comunicazione un atteggiamento di maggiore
apertura e disponibilità.
Quindi
sarebbe opportuno per il sistema sociale e moda, confidare maggiormente
nelle capacità, che la comunicazione ha di proporre, e nel proporre
imporre nuove concezioni, idee, punti di vista attraverso i quali
riconsiderare le taglie forti.
Basterebbe
realizzare delle campagne pubblicitarie più capillari, proporre modelli
alternativi di bellezza femminile, più morbida e rotonda, sui
cartelloni, negli spot pubblicitari, nelle trasmissioni televisive, che
vadano ad affiancare quelli esistenti; potenziare le forme di
comunicazione hard, come l’allestimento di vetrine in cui
all’abbigliamento per taglie inferiori sia affiancato quello per
taglie forti; migliorare le forme di comunicazione visiva ed evocativa,
dare la possibilità alle persone “di peso” di fare notizia, sulla
stampa specializzata, nei periodici, e di cavalcare le passerelle,
confidando sul potere della sfilata.
Solo
in questi termini la comunicazione può adempiere ad un compito
importante, di educare la società ad accettare le taglie forti come una
sfaccettatura del reale, un fattore innocuo che non implica alcun tipo
di debolezza sociale.
Partendo
da questo presupposto la comunicazione può rendere la società più
matura e aiutare il soggetto di peso a recuperare stima di sé, ad
accettarsi, in nome dell’importanza significativa del corpo, come
tassello che concorre con l’anima a creare l’unità dell’uomo e
supporto attraverso il quale l’uomo vive, esprime e comunica, non solo
se stesso, la propria esistenza ma soprattutto crea la propria socialità,
istaurando rapporti con gli altri.
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